felice Yule

Yule - Solstizio d'inverno 

Regina del Sole, Regina della Luna
Regina dei corni, Regina dei fuochi
Portaci il Figlio della Promessa.
E' la Grande Madre che Lo crea
E' il Signore della Vita che è nato di nuovo!
L'oscurità e la tristezza vengono messe da parte
quando il Sole si leva di nuovo!
Sole dorato, delle colline e dei campi,
illumina la Terra, illumina i cieli,
illumina le acque, accendi i fuochi!!
Questo è il compleanno del Sole,
io che son morto, oggi son di nuovo vivo.
Il Sole bambino, il Re nato in inverno!

 

(canto tradizionale tratto da "La danza a spirale" di Starhawk)




Mentre l'anno volge al termine, le notti si allungano e le ore di luce sono sempre più brevi, fino al giorno del Solstizio invernale, il 21 dicembre. II respiro della natura è sospeso, nell'attesa di una trasformazione, e il tempo stesso pare fermarsi. E' uno dei momenti di passaggio dell'anno, forse il piö drammatico e paradossale: l'oscuritá regna sovrana, ma nel momento del suo trionfo cede alla luce che, lentamente, inizia a prevalere sulle brume invernali. 

Dopo il Solstizio, la notte più lunga dell'anno, le giornate ricominciano poco alla volta ad allungarsi. 
Come tutti i momenti di passaggio, Yule è un periodo carico di valenze simboliche e magiche, dominato da miti e simboli provenienti da un passato lontanissimo. 

Il Natale e' la versione cristiana della rinascita del sole, fissato secondo la tradizione al 25 dicembre dal papa Giulio I (337 -352) per il duplice scopo di celebrare Gesö Cristo come "Sole di giustizia" e creare una celebrazione alternativa alla piö popolare festa pagana. Sin dai tempi antichi dalla Siberia alle Isole Britanniche, passando per l'Europa Centrale e il Mediterraneo, era tutto un fiorire di riti e cosmogonie che celebravano le nozze fatali della notte piö lunga col giorno più breve. 

Due temi principali si intrecciavano e si sovrapponevano, come i temi musicali di una grande sinfonia. Uno era la morte del Vecchio Sole e la nascita del Sole Bambino, l'altra era il tema vegetale che narrava la sconfitta del Dio Agrifoglio, Re dell'Anno Calante, ad opera del Dio Quercia, Re dell'Anno Crescente. 

Un terzo tema, forse meno antico e nato con le prime civiltá agrarie, celebrava sullo sfondo la nascita-germinazione di un Dio del Grano... Se il sole è un dio, il diminuire del suo calore e della sua luce À visto come segno di vecchiaia e declino. Occorre cacciare l'oscuritá prima che il sole scompaia per sempre.

Le genti dell'antichitá, che si consideravano parte del grande cerchio della vita, ritenevano che ogni loro azione, anche la piö piccola, potesse influenzare i grandi cicli del cosmo. Così si celebravano riti per assicurare la rigenerazione del sole e si accendevano falž per sostenerne la forza e per incoraggiarne, tramite la cosiddetta "magia simpatica" la rinascita e la ripresa della sua marcia trionfale. 

Presso i celti era in uso un rito in cui le donne attendevano, immerse nell’oscurità, l’arrivo della luce-candela portata dagli uomini con cui veniva acceso il fuoco, per poi festeggiare tutti insieme la luce intorno al fuoco.

Yule, o Farlas, è insieme festa di morte, trasformazione e rinascita. Il Re Oscuro, il Vecchio Sole, muore e si trasforma nel Sole Bambino che rinasce dall'utero della Dea: all'alba la Grande Madre Terra dá alla luce il Sole Dio. 
La Dea è la vita dentro la morte, perche' anche se ora À regina del gelo e dell'oscuritá, mette al mondo il Figlio della Promessa, il Sole suo amante, che la rifeconderá riportando calore e luce al suo regno. Anche se i più freddi giorni dell'inverno ancora devono venire, sappiamo che con la rinascita del sole la primavera ritorna.


La pianta sacra del Solstizio d'Inverno è il vischio,pianta simbolo della vita in quanto le sue bacche bianche e traslucide somigliano allo sperma maschile. Il vischio, pianta sacra ai druidi, era considerata una pianta discesa dal cielo, figlia del fulmine, e quindi emanazione divina. Equiparato alla vita attraverso la sua somiglianza allo sperma, ed unito alla quercia, il sacro albero dell'eternitá, questa pianta partecipa sia del simbolismo dell'eternitá che di quello dell'istante, simbolo di rigenerazione ma anche di immortalitá. Ancora oggi baciarsi sotto il vischio èun gesto propiziatorio di fortuna e la prima persona a entrare in casa dopo Farlas deve portare con se' un ramo di vischio. Queste usanze solstiziali sono state trasferite al gennaio, il Capodanno dell'attuale 
calendariocivile. 

Celebrare Farlas o Yule 
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La natura in questo tempo si riposa per prepararsi a vivere un nuovo ciclo e anche per noi sarebbe fisicamente opportuna una pausa, approfittando magari delle vacanze natalizie per dedicarci alla lettura, alla meditazione, a esercizi di rilassamento. 
Una cosa piacevole sarebbe l'idromassaggio, una pratica rilassante e al tempo stesso simboleggiante le acque uterine da cui vogliamo rinascere per l'anno a venire. Purtroppo tutto congiura contro un salutare riposo solstiziale. Infatti questo periodo dell'anno, per l'accumularsi di celebrazioni, feste e acquisti di regali puž portare a stress e ansia. La forzata allegria, la routine quotidiana, il consumismo esaperato, sono tutti elementi che possono condurre a sentimenti di depressione e isolamento. Sará la minor quantitá di luce solare, sará l'essere costretti a mostrare un aspetto felice, ma questo è uno dei periodi dell'anno con il più alto picco di suicidi...
Tuttavia, se ricordiamo che questo tempo è quello in cui siamo piö lontani dal sole e contemporaneamente anche consapevoli della sua rinascita, possiamo provare a trattenere questa piccola luce in noi. Il Solstizio può essere per noi un momento molto calmo e importante, in cui nella silenziosa e oscura profonditá del nostro essere, noi contattiamo la scintilla del nuovo sole. Questa è anche una opportunitá per gioire e abbandonarci a sentimenti di ottimismo e di speranza: come il sole risorge, anche noi possiamo uscire dalle tenebre invernali rigenerati. 

Ci sono tanti modi per celebrare a livello spirituale questa festa: possiamo decorare la nostra casa con le piante di Farlas oppure fare un albero solstiziale.Non un solito albero natalizio, bensì un albero decorato con tante piccole raffigurazioni del sole. 

O ancora possiamo alzarci all'alba e salutare il nuovo sole. Si possono accendere candele o luci per rappresentare la nascita delle nostre speranze per il nuovo anno. 

Possiamo anche compiere una celebrazione più rituale, con l'accensione del ciocco. Anche se non abbiamo un caminetto in casa possiamo accenderlo nel nostro giardino, o in un prato insieme ai nostri amici. Si prende un grosso pezzo di legno di quercia e lo si orna con rametti di varie piante: il tasso (a indicare la morte dell'anno calante), l'agrifoglio (l'anno calante stesso), l'edera (la pianta del dio solstiziale) e la betulla (l'albero delle nascite e dei nuovi inizi). Si legano i rametti al ciocco usando un nastro rosso. Se abbiamo celebrato questo rito anche l'anno precedente e abbiamo un pezzo non combusto del vecchio ciocco, accenderemo il fuoco con questo, Si dice: "Come il vecchio ciocco èconsumato, così lo sia anche l'anno vecchio". Quando il ciocco prende fuoco si dice: "Come il nuovo ciocco À acceso, cosœ inizi il nuovo anno". Una volta che il fuoco è acceso osserviamo le sue fiamme e meditiamo sulla rinascita della luce e sulla nostra rinascita interiore. Accogliamo le nostre speranze, i nostri sogni per il futuro e salutiamo questa luce dicendo: "Benvenuta, luce del nuovo sole!". Brindiamo con vin brulè e consumiamo dolci, lasciando una parte del nostro festino per la Madre Terra. Piö tardi le ceneri del ciocco potranno essere sparse nel nostro giardino o nei vasi delle piante che teniamo in casa per propiziare la salute e la fertilitá della vegetazione. 

Un altro modo per celebrare Farlas èquello del ramo dei desideri, un rituale della tradizione celtica bretone. Nove giorni prima del Solstizio occorre procurarsi un ramo secco di buone dimensioni, pitturarlo con vernice dorata e appenderlo nell'anticamera della propria abitazione, con un pennarello e alcune strisce di carta rossa da tenere lœ vicino. Chiunque entri in casa se vuole, potrá scrivere un proprio desiderio su una striscia di carta, che verrá ripiegata per garantire la segretezza del desiderio e legata al ramo con un nastrino colorato. Quando nove giorni dopo si accende il fuoco del Solstizio (nel caminetto di casa o in un falž nel giardino o nel campo) il ramo viene sistemato sulla legna da ardere e i desideri che sono appesi ad esso bruciando saliranno col fumo sempre piö in alto, finche' verranno accolti da entitá celesti e chissá, forse esauditi. Per quanto riguarda il cibo, gli alimenti tradizionali sono le noci, la frutta come mele e pere, i dolci con il cumino dei prati, bagnati col sidro. Le bevande adatte sono il Wassil, il Lambswool, il té di ibisco o di zenzero. 

Olio per Yule 

5mL di olio di pino 
5mL di olio di cannella 
5mL di olio di oliva 
1 cucchiaio di radice di zenzero rotta a piccoli pezzi 
3 cucchiai di sale marino 
Usatelo per ungere le candele (la cannella irrita la pelle!) 


Il vischio
Era molto importante per i Gallo-Celti. Le consuetudini sull'uso del vischio come elemento apportatore di buona sorte derivano in effetti in buona parte dalle antiche tradizioni celtiche, costumi di una popolazione che considerava questa pianta come magica (perché, pur senza radici, riusciva a vivere su un'altra specie) e sacra. Lo poteva raccogliere infatti solo il sommo sacerdote, con l'aiuto di un falcetto d'oro. Gli altri sacerdoti, coperti da candide vesti, lo deponevano (dopo averlo recuperato al volo su una pezza di lino immacolato) in una catinella (pure d'oro) riempita d'acqua e lo mostravano al popolo per la venerazione di rito. E per guarire (per i Celti il vischio era "colui che guarisce tutto; il simbolo della vita che trionfa sul torpore invernale) distribuivano l'acqua che lo aveva bagnato ai malati o a chi, comunque, dalle malattie voleva essere preservato. I Celti consideravano il vischio una pianta donata dalle divinità e ritenevano che questo arboscello fosse nato dove era caduta la folgore, simbolo della discesa della divinità sulla terra. Plinio il Vecchio riferisce che il vischio venerato dai Celti era quello che cresceva sulla quercia, considerato l'albero del dio dei cieli e della folgore perché su di esso cadevano spesso i fulmini. Si credeva che la pianticella cadesse dal cielo insieme ai lampi. Questa congettura - scrive il Frazer nel suo "Ramo d'oro" - è confermata dal nome di "scopa del fulmine" che viene dato al vischio nel cantone svizzero di Argau. "Perché questo epiteto - continua il Frazer - implica chiaramente la stessa connessione tra il parassita e il fulmine; anzi la scopa del fulmine è un nome comune in Germania per ogni escrescenza cespugliosa o a guisa di nido che cresca su un ramo perché gli ignoranti credono realmente che questi organismi parassitici siano un prodotto del fulmine". Tagliando dunque il vischio con i mistici riti ci si procura tutte le proprietà magiche del fulmine.

Le leggende che considerano il vischio strettamente connesso al cielo e alla guarigione di tutti i mali si ritrovano anche in altre civiltà del mondo come ad esempio presso gli Ainu giapponesi o presso i Valo, una popolazione africana.
Inoltre queste usanze, chiamate anche druidiche (i sacerdoti dei Celti erano infatti i Druidi), continuarono (specie in Francia) anche dopo la cristianizzazione. La natura del vischio, la sua nascita dal cielo e il suo legame con i solstizi non potevano infatti non ispirare ai cristiani il simbolo del Cristo, luce del mondo, nato in modo misterioso. "Come il vischio è ospite di un albero, così il Cristo - scrive Alfredo Catabiani nel suo "Florario" - è ospite dell'umanità, un albero che non lo generò nello stesso modo con cui genera gli uomini".





L'albero Solstiziale e l'albero di Natale

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Sono origini molto antiche, quelle che collocano il famoso abete nelle feste del Solstizio d’inverno, ovvero il Natale.
I popoli germanici, lo usavano nei loro riti pagani, per festeggiare il passaggio dall’autunno all’inverno. In seguito era usanza bruciarlo nella stufa, in un rito di magia simpatica (secondo cui il simile attira il simile), in modo che con il fuoco si propiziasse il ritorno del sole.
Fu scelto l’abete perché è un albero sempre verde, che porta speranza nell’animo degli uomini visto che non muore mai, neppure nel periodo più freddo e difficile dell’anno. 
Era un simbolo fallico, di fertilità ed abbondanza associato alle divinità maschili di forza e vitalità. Ecco che addobbarlo, prendeva quindi i connotati di un piccolo rito casalingo che portava fortuna ed abbondanza alla famiglia.
Il Solstizio d’inverno, è il momento in cui la divinità maschile muore, per poi rinascere in primavera. Questo ciclo di morte-nascita, lo si ritrova in moltissime culture, oltre quella cristiana. E’ presente in Egitto, con la morte di Osiride e nel mito di Adone che si evirò proprio sotto ad un pino.

Addobbare l’albero di Natale con le luci, accendendolo di mille riflessi, ricorda il rituale del grande falò dell’abete, che spesso si prolungava fino all’attuale festa della Befana. In alcune popolazioni europee, con il fuoco dell’abete, si bruciava simbolicamente le negatività del passato, e le streghe leggevano nel fuoco i presagi per il futuro.
La tradizione dell’albero prese piede in Italia nel 1800, quando la regina Margherita, moglie di Umberto I, ne fece allestire uno in un salone del Quirinale, dove la famiglia reale abitava. La novità piacque moltissimo e l’usanza si diffuse tra le famiglie italiane in breve tempo.

Molte leggende cristiane sono poi nate nel tempo attorno all’albero di Natale, come quella americana che racconta di un bambino che si era perso in un bosco alla vigilia di Natale si addormentò sotto un abete. Per proteggerlo dal freddo, l’abete si piegò fino a racchiudere il bambino tra i suoi rami. La mattina i compaesani trovarono il bambino che dormiva tranquillo sotto l’abete, tutto ricoperto da cristalli che luccicavano alla luce del sole. In ricordo di quell’episodio, cominciarono a decorare l’albero di Natale. 

Quest’anno, non acquistate alberi vivi, i tempi sono cambiati e non è proprio il caso di far soffrire una pianta per egoismo e piacere personale!

Il vischio: da pianta sacra dei Druidi a portafortuna di capodanno

Capodanno porta con sé molte tradizioni che, in alcuni casi, sono tramandate da millenni.Così nel lungo elenco dei gesti o dei simboli di buon augurio rientrano dalle lenticchie alla biancheria rossa, dai 12 acini di uva ad un indumento nuovo, sino al bacio di mezzanotte ed il vischio.Cerchiamo, insieme, di approfondire proprio l’usanza del vischio. Il vischio è uno degli in gradienti immancabili durante le feste natalizie. Regalato o ricevuto, finisce, generalmente, sulle porte delle nostre case o, comunque, appeso in un luogo piuttosto in alto e lo riteniamo una sorta di portafortuna al quale non rinunciamo, anche se non siamo superstiziosi.

 

LA RACCOLTA DEL VISCHIO 

Il vischio, che finisce nelle nostre abitazioni, di norma, proviene da un fiorista o da un qualche altro rivenditore, a meno di non essere così fortunati da vivere o passare ti da un luogo dove vegeta spontaneamente.Tuttavia, anche qualora il nostro fornitore ufficiale di vischio non sia la pianta che parassitizza, può sempre essere utile anche sapere il metodo, ritualmente appropriato, per raccoglierlo.Ebbene, prima di tutto il vischio va raccolto non con la mano sinistra: un tempo veniva colpito con un bastone o una freccia e si doveva afferrarne il cespo al volo prima che toccasse terra. Si tratta di una tradizione ispirata al simbolismo di del vischio stesso: una pianta semi-parassita e sempreverde che vive sui rami del pino silvestre, del melo e del pero, nonché della quercia.

 

IL BACIO SOTTO IL VISCHIO

Secondo un’altra credenza, se si passa in coppia sotto un cespetto di vischio, ci si deve baciare. Se una ragazza non riceve questo bacio rituale non si sposerà nell’anno successivo.Nella notte del 6 gennaio, in Inghilterra. per scongiurare il pericolo di rimanere zitelle, se ne deve bruciare il mazzo che ha addobbato la casa durante le feste natalizie.

 

TRADIZIONI CELTICHE

Queste usanze provengono direttamente dai Celti che consideravano il vischio un prezioso dono degli dei in quanto privo di radici e destinato a crescere, come parassita, sul ramo di un’altra pianta.L’immaginario collettivo celtico riteneva che il vischio nascesse là dove era caduta la folgore: simbolo di una discesa della divinità e, dunque, di immortalità e rigenerazione.A detta di Plinio il Vecchio:I Druidi non considerano niente di più sacro del vischio e dell’albero sul quale esso cresce, purché si tratti di un rovere. Scelgono come sacri i boschi di rovere in quanto tali e non compiono nessun rito religioso se non hanno fronde di quest’albero, tanto che il termine Druidi può sembrare di derivazione greca. In realtà essi ritengono tutto ciò che nasce sulle piante di rovere come inviato dal cielo, un segno che l’albero è stato scelto dalla divinità stessa. Peraltro il vischio di rovere è molto raro a trovarsi e, quando viene scoperto, lo si raccoglie con grande devozione: innanzitutto al sesto giorno della luna (che segna per loro l’inizio del mese, dell’anno e del secolo, ogni trent’anni) e questo perché in tale giorno la luna ha già abbastanza forza e non è a mezzo. Il nome che hanno dato al vischio significa, che guarisce tutto. Dopo aver apprestato secondo il rituale, il sacrificio ed il banchetto ai piedi dell’albero, fanno avvicinare due tori bianchi ai quali, per la prima volta, vengono legate le corna.Il capo dei Druidi coglieva il vischio con una falce d’oro mentre gli altri Druidi, vestiti di tuniche bianche, lo deponevano in un bacile d’oro che esponevano poi alla venerazione del popolo.

 

LE PROPRIETÀ DEL VISCHIO PER I CELTI

II Celti attribuivano al vischio numerose proprietà curative, pertanto lo immergevano nell’acqua che distribuivano a chi la desiderava per guarire da qualche male o per preservarsi da future malattie o sortilegi.Plinio, con un certo scetticismo, commentava:Ritengono che il vischio, preso in pozione, dia la capacità di riprodursi a qualunque animale sterile e che sia un rimedio contro tutti i veleni: così grande è la devozione che certi popoli rivolgono a cose per lo più prive d’importanza.A confermare tale congettura pare sia confermata dal nome di ‘scopa del fulmine’ con il quale viene chiamato il vischio nel cantone svizzero di Argau, in quanto un simile epiteto implica chiaramente la stessa connessione tra il parassita e il fulmine. anzi, per Fazer,la scopa del fulmine è un nome comune in Germania per ogni escrescenza cespugliosa o a guisa di nido che cresca su un ramo perché gli ignoranti credono realmente che questi organismi parassitici siano un prodotto del fulmine. Se vi è una qualche verità in questa congettura, la vera ragione per cui i Druidi adoravano un albero portante il vischio più di tutti gli alberi della foresta, era la credenza che ciascuna di quelle querce non fosse stata colpita dal fulmine ma portasse sui rami una visibile emanazione del fuoco celeste; così che tagliando il vischio coi mistici riti si procuravano tutte le proprietà magiche del fulmine.

 

LE TRADIZIONI DEI DRUIDI IN FRANCIA

In Francia, le usanze druidiche proseguirono ad essere osservate anche dopo la sua cristianizzazione. Ancora nel XV secolo la gente partecipava ad una speciale cerimonia, detta guilanleuf o auguilanneuf (vischio dell’anno nuovo), con inconfutabili assonanze rispetto a quella druidica.TANTI TIPI DI VISCHIOTra i molti tipi di vischio, i più diffusi hanno bacche giallo-biancastre. Quello della quercia, invece, è, come già accennato, assai più raro, perciò apprezzato dai Celti, ed ha bacche giallastre.Per Frazer, il nome potrebbe anche derivare dal ricco color d’oro che assume un ramo di vischio qualche mese dopo essere stato tagliato. In effetti, sembra proprio un ramo dorato.

 

VISCHIO, ORO, SOLE E FUOCO E PROTEZIONE

I contadini bretoni attaccano, sulle facciate delle loro abitazioni, dei grandi mazzi di vischio che, in giugno, sono impressionanti per lo splendore dorato del fogliame.Se il vischio raccolto in un solstizio scopre l’oro non è difficile capire perché si ritenga che, evidentemente, sia della stessa natura del sole, il quale, a sua volta, è “il fuoco celeste”, la manifestazione visibile della divinità suprema.Pertanto Frazer commenta:Se si credeva che il ramo giallo e secco del vischio nei tristi boschi dell’autunno contenesse la semenza del fuoco, un viaggiatore sperduto nelle tenebre sotterranee quale migliore compagno poteva portar seco d’un ramo che serviva da lampada, per rischiarare i suoi passi, e da bastone fra le sue mani? Armato di esso poteva arditamente affrontare gli spaventosi spettri che gli avrebbero attraversato la strada nel suo avventuroso viaggio. Così quando Enea lasciando la foresta arriva alle sponde dello Stige, che serpeggia lentamente per la palude infernale, e il selvaggio nocchiero gli rifiuta il passaggio nella sua barca, egli non deve far altro che togliere dal seno e mostrargli il ramo d’oro e il fanfarone a quella vista, si calma subito e accoglie amabilmente l’eroe nella sua fragile barca che si immerge profondamente nell’acqua sotto l’insolito peso di un uomo vivo. Anche in epoca recente, come abbiamo visto, si è considerato il vischio come una protezione contro le streghe e gnomi, ed è perciò naturale che gli antichi gli abbiano attribuito la stessa virtù magica. E se il frutto parassita può, come credono alcuni nostri contadini, aprire tutte le porte, perché non sarebbe potuto essere un “Apriti, Sesamo!” nelle mani di Enea per schiudere le porte della morte?

 

CONCLUSIONI

Le tradizioni e le credenze che creano una magica aura attorno al vischio, ci ricordano che ogni nostro gesto, ogni oggetto, ogni rituale, ogni manifestazione culturale ha in sé un particolare significato, sia che noi ce ne rendiamo conto, sia che lo ignoriamo.Il vischio riluce della sacralità, della divinità, dell’eternità. È un simbolo potente che utilizziamo a capodanno… vediamo di servircene nel migliore dei modi.😉AUGURI A TUTTI!

Tra Miti e Leggenda

Il culto della Quercia tra i Celti 

Tra i celti i boschi di quercia erano sacri, in modo particolare i druidi celebravano i loro riti all’interno di querceti sacri. Racconta Plinio: “I Druidi  - così si chiamano i maghi di quei paesi – non considerano niente più sacro del vischio e dell’albero su cui esso cresce, purché si tratti di un rovere (Quercus petraea). Già scelgono come sacri i boschi di rovere in quanto tali, e non compiono alcun rito religioso se non hanno fronde di questo albero, tanto che il termine di Druidi può sembrare di derivazione greca. In realtà essi ritengono tutto ciò che nasce sulle piante di rovere come inviato dal cielo, un segno che l’albero è stato scelto dalla divinità stessa. Peraltro il vischio di rovere è molto raro a trovarsi e quando viene scoperto lo si raccoglie con grande devozione: innanzitutto al sesto giorno della luna(che segna per loro l’inizio del mese e dell’anno e del secolo, ogni trenta anni) e questo perché in tal giorno la luna ha già abbastanza forza e non è a mezzo. Il nome che hanno dato al vischio significa “che guarisce tutto”. Dopo aver apprestato secondo il rituale il sacrificio e il banchetto ai piedi dell’albero, fanno avvicinare due tori bianchi a cui per la prima volta sono state legate le corna. Il sacerdote, vestito di bianco, sale sull’albero, taglia il vischio con un falcetto d’oro e lo raccoglie in un panno bianco. Poi immolano le vittime, pregando per il dio perché renda il suo dono (il vischio) propizio a coloro ai quali lo ha destinato. Ritengono che il vischio, preso in pozione, dia la capacità di riprodursi a qualunque animale sterile, e che sia un rimedio contro tutti i veleni.” Anche il termine “druido” ha un legame con la quercia infatti esso deriva dalle due radici dru-vid che contengono il significato di “forza” e di “saggezza”, e sono rispettivamente rappresentate dalla quercia e dal vischio.

Le nocciole della Saggezza universale 

Nel calendario celtico il nocciolo, Coll, dava il nome al mese lunare corrispondente al periodo di raccolta delle nocciole e cioè dai primi di agosto ai primi di settembre. I dolci frutti del nocciolo erano considerati il simbolo della saggezza, protetti da un guscio tenace, che resiste imperturbabile alle debolezze umane. Anticamente nei pressi di Tipperary in Irlanda si trovava una fonte magica: il Pozzo di ConnlaSul bordo della fonte crescevano nove noccioli magici, i noccioli dell’Arte poetica o noccioli della saggezza. Chiunque avesse mangiato le nocciole magiche avrebbe appreso, in un sol colpo, tutte le arti e le scienze conosciute dall’uomo e quelle ancora da conoscere. Dalla fonte traeva origine il fiume Boyne Nella fonte e nel fiume trovavano rifugio dei salmoni, anch’essi magici,  che si cibavano delle nocciole prodigiose e  per ogni frutto ingoiato spuntava una macchia sulla loro livrea argentea. Un mito irlandese narra che Fionn, la nipote di un druido, ricevette da questi l’ordine di cucinargli un salmone pescato nel fiume ma senza assolutamente assaggiarlo, si trattava di uno dei salmoni magici. La giovane obbedì e cominciò a cucinare il pesce, quando, casualmente, si scottò le dita con la pentola fumante e d’istinto le portò alla bocca. Da quel momento Fionn  apprese le arti e le scienze e divenne, al pari dei capi druidi, testimone della saggezza e dell’ispirazione. 

Ora tocca a voi trovare alcuni miti o leggende ....

questa settimana sarà L'Ulivo come argomento ... buon divertimento !